Farmacista a partita IVA: quanto costa davvero
All'ora costa più di un dipendente, quindi conviene quando servono poche ore. Quando lavora come un dipendente, il risparmio è un debito che aspetta il passaggio generazionale.
LA FILOSOFIA D'INVESTIMENTO DELLA FARMACIA
Luca Petri, CFP® · FMVA®
9/28/202619 min read


All'ora costa più di un dipendente, quindi conviene quando servono poche ore. Quando lavora come un dipendente, il risparmio è un debito che aspetta il passaggio generazionale.
Luca Petri
CFP® · FMVA® · FPWMP® · Consulente Finanziario Autonomo · OCF n. 6373 · 17 min di lettura
Quanto costa un farmacista a partita IVA alla farmacia? La risposta che si sente più spesso è «meno di un dipendente», perchè niente contributi a carico della farmacia, niente TFR, niente ferie da pagare.
Nella farmacia del corso, Marco costa 19.920 euro l'anno, la metà di un collaboratore dipendente al minimo del contratto. Sembra una conferma. Poi si divide per le ore, e il conto si rovescia, ogni ora feriale di Marco costa 30 euro, quella di un dipendente al minimo 21,65. In fattura la partita IVA costa meno perché la farmacia compra meno ore, non perché l'ora costi meno.
Nella lezione 6 abbiamo letto voce per voce la busta paga di Elisa, direttrice. Oggi leggiamo l'altra posizione, quella di chi in farmacia lavora con la partita IVA, la fattura, i contributi, le imposte, il netto e quello che manca. Poi mettiamo Marco ed Elisa sulla stessa bilancia. E alla fine c'è la parte più delicata, ovvero quando un rapporto a partita IVA somiglia troppo a un lavoro dipendente, e perché di solito è al passaggio generazionale che qualcuno se ne accorge.
PERCHÉ HO SCRITTO QUESTO
Nelle farmacie di famiglia la partita IVA è ovunque, il collaboratore del sabato, la sostituta di agosto, a volte il figlio. Quasi sempre è una scelta di buon senso. Qualche volta è un dipendente che nessuno ha mai assunto.
Finché la farmacia resta nelle stesse mani, la differenza non si vede. Si vede quando cambia titolare, e qualcuno comincia a fare domande.
Monodose e multidose
Al banco lo sai meglio di chiunque, un collirio in flacone multidose costa meno a goccia della stessa soluzione in monodose. Ma il flacone lo compri intero, e dopo l'apertura ha una scadenza breve, quello che non usi in tempo, lo butti. Per restare stabile per tutte quelle settimane, di solito gli servono i conservanti, e anche quelli sono nel prezzo.
La monodose costa di più a goccia. Però paghi solo quello che usi, e di solito non ha conservanti, si apre, si usa, si butta.
Un dipendente è un flacone multidose. L'ora costa meno, ma il flacone lo compri intero, 1.840 ore lavorate l'anno. E dentro ci sono i conservanti che tengono stabile il rapporto nel tempo, TFR, ferie pagate, malattia, tredicesima, quattordicesima, preavviso. Nella lezione 6 li abbiamo contati uno per uno, sono parte del prezzo.
Un collaboratore a partita IVA è una monodose. L'ora costa di più, ma la farmacia paga solo le ore che usa, e i conservanti non ci sono, quindi niente TFR, niente ferie pagate, niente malattia.
Tieni a mente questa immagine, perché regge anche la parte più delicata della lezione. Una monodose usata ogni giorno, alla stessa ora, per la stessa farmacia, per anni, non è più una monodose, ma è un flacone multidose a cui mancano i conservanti. E prima o poi qualcuno lo fa notare.
CASO · ESEMPIO ILLUSTRATIVO
Marco, 38 anni, farmacista, lavora a partita IVA dal 2020, in regime forfettario
Collabora con 3 farmacie della sua provincia, per circa 1.500 ore l'anno
Nella farmacia del corso copre i sabati, 12 turni festivi e 3 settimane di agosto
Compenso concordato, 30 euro l'ora nei giorni feriali, 50 nei festivi
Non è mai stato dipendente di nessuna delle 3 farmacie
La posizione di Marco, in 5 voci
01 La fattura
Ogni mese Marco manda a ciascuna farmacia una fattura elettronica, le ore, il compenso orario, il totale. In regime forfettario non c'è IVA e non c'è ritenuta d'acconto. C'è una marca da bollo di 2 euro, dovuta sulle fatture sopra 77,47 euro, che di solito viene addebitata alla farmacia.
Per la farmacia, il totale della fattura è il costo pieno. Non c'è un piano sopra, come per Elisa, dove ai 45.000 euro di lordo si aggiungevano contributi, TFR e welfare fino ad arrivare a 61.787.
Nel regime ordinario la fattura cambia aspetto, non sostanza, si aggiungono l'IVA al 22%, che la farmacia porta in detrazione, e la ritenuta d'acconto del 20%, che la farmacia trattiene e versa al fisco per conto di Marco. Il costo resta il compenso. (Al momento non conosco nessuno farmacista che lo applica).
E non c'è rivalsa. Se ti è capitato di leggere che il farmacista a partita IVA versa alla Gestione Separata dell'INPS e aggiunge in fattura il 4% di rivalsa, vale per altri professionisti, non per lui. Il farmacista iscritto all'Albo versa all'ENPAF, che è la sua cassa, la Gestione Separata riguarda solo chi una cassa non ce l'ha, come chiarisce una norma di interpretazione autentica del 2011. E l'ENPAF, a differenza di altre casse, non prevede contributi da addebitare in fattura.
02 I contributi
Marco versa i contributi per la pensione all'ENPAF, come Elisa. Con una differenza che cambia molte cose, da libero professionista, di regola, paga il contributo intero, 5.430 euro nel 2026. Le riduzioni sono legate a condizioni precise, come avere anche un lavoro dipendente.
È una cifra fissa, la stessa se fattura 20.000 euro o 80.000. Sui 48.000 euro che incassa in un anno, pesa per l'11,3%. Per la pensione di Elisa, fra la quota della farmacia e la sua, si versa il 33% della retribuzione lorda, ogni anno.
Per un farmacista che fattura poco, l'ENPAF pesa come una tassa. Per uno che fattura molto è un contributo leggero, e il resto della pensione, se lo vuole, deve costruirselo da solo.
03 Le imposte
In regime forfettario le imposte non si pagano sul guadagno vero, ma su un guadagno stabilito dalla legge, per l'attività di Marco, il 78% dei ricavi. Da lì si tolgono i contributi versati all'ENPAF, e sul resto si paga un'imposta sostitutiva del 15%, al posto di IRPEF e addizionali.
Per i primi 5 anni di una nuova attività, a certe condizioni, l'imposta scende al 5%. Marco ha aperto la partita IVA nel 2020, per lui il 5% è finito.
Sui suoi 48.000 euro, il reddito tassabile è di 32.010 euro e l'imposta di 4.801,50, il 10% di quello che incassa in un anno.
Il forfettario ha un limite di 85.000 euro di ricavi l'anno, e una regola che in farmacia conta più delle altre. Ne resta fuori, dall'anno successivo, chi fattura più della metà dei suoi compensi a un datore di lavoro attuale, o di cui è stato dipendente nei 2 anni precedenti, oppure a soggetti riconducibili a quel datore di lavoro, familiari compresi. È scritta per impedire di trasformare un dipendente in una partita IVA, e la ritroveremo parlando del figlio.
04 Il netto
Di ogni 100 euro fatturati, a Marco ne restano quasi 79. Per le farmacie, un'ora di Marco costa in media 32 euro, poco meno di un'ora di Elisa, che ne costa 33,58. Ma a Marco ne restano 25,18 netti, a Elisa 16,28.
Detta così sembra un affare. Il confronto però non è ancora completo, manca una voce.
05 Quello che non c'è
La busta di Elisa aveva un riquadro in fondo. La posizione di Marco no, e non per distrazione.
Niente TFR, nessuno accantona niente per lui. Niente ferie pagate, le settimane in cui non lavora, non incassa. Niente malattia pagata, se si ferma per una settimana di febbre, si ferma anche la fattura. Niente tredicesima e quattordicesima, niente indennità di disoccupazione se una farmacia smette di chiamarlo, nessuna assicurazione INAIL contro gli infortuni. E niente preavviso, il rapporto può finire da un mese all'altro.
Sono i conservanti che mancano alla monodose. Marco, se è prudente, se li compra da solo, un'assicurazione, un fondo pensione, una riserva di liquidità per i mesi vuoti. Costano, e vanno tolti dai suoi 37.768,50 euro.
Per la farmacia, la stessa assenza ha un rovescio che i titolari apprezzano, non si accumula nessun debito. Niente TFR da liquidare, niente ferie residue, niente ratei. Il riquadro in fondo, che nella lezione 6 era un elenco di debiti, per Marco è vuoto. Di cosa comporta il TFR per il titolare ho scritto in questo articolo.
Il riquadro resta vuoto, però, solo finché il rapporto è davvero autonomo.
Quanto costa un'ora
Grafico 1. Il costo per la farmacia di un'ora lavorata: dipendente e partita IVA.
Adesso si può rispondere alla domanda della lezione. Un'ora di Marco costa alla farmacia quello che c'è scritto in fattura, 30 euro nei feriali, 50 nei festivi. Un'ora di un collaboratore dipendente al minimo del contratto, con dentro contributi, TFR, tredicesima, quattordicesima, ferie e welfare, costa 21,65 euro. A prezzo di mercato, secondo le stime pubblicate da Farmacista33, fra 23 e 26.
Queste sono le ore di Marco nella farmacia del corso:
€19.920
COSTO DI MARCO PER LA FARMACIA DEL CORSO, IN UN ANNO
È la metà dei 39.832 euro che la farmacia spenderebbe in un anno per un collaboratore dipendente al minimo. È questo il senso in cui la partita IVA «costa meno», ovvero la farmacia compra 600 ore invece di 1.840.
Ma l'ora feriale di Marco costa il 39% in più di quella di un dipendente al minimo. Sulle 504 ore feriali fanno 4.210 euro l'anno, 15.120 euro in fattura, contro i 10.910 che le stesse ore costerebbero con un dipendente. I festivi li lascio fuori dal confronto, perché anche un dipendente li avrebbe pagati con la maggiorazione.
Quei 4.210 euro sono il prezzo della monodose. Per coprire sabati, festivi e agosto vale la pena pagarlo, l'alternativa è un flacone da 1.840 ore per usarne 600, oppure un part-time che il sabato c'è, ma ad agosto va in ferie anche lui. Se invece stai pensando di assumere, il conto in 3 soglie l'ho fatto qui.
Il conto si rovescia quando le ore crescono. Una partita IVA a tempo pieno, 1.840 ore a 30 euro, costa 55.200 euro l'anno, 15.368 in più di un collaboratore dipendente al minimo, e fra 7.360 e 12.880 in più di uno pagato a prezzo di mercato. A tempo pieno, la monodose costa più del flacone.
Allora perché c'è chi la sceglie anche a tempo pieno? Per capirlo bisogna guardare dall'altra parte del banco.
A parità di costo, dove finiscono i soldi
Il confronto a parità di lavoro con Elisa si può fare solo come esperimento mentale. Mettiamo che una farmacia spenda per Marco esattamente quello che spende per lei, 61.787 euro per 1.840 ore l'anno, cioè 33,58 euro l'ora, dentro la forchetta di mercato di una partita IVA.
Grafico 2. Gli stessi 61.787 euro l'anno, spesi per una dipendente o per un collaboratore in forfettario.
A parità di costo, sul conto di Marco arrivano 49.942 euro, contro i 29.951 di Elisa, quasi 20.000 euro in più ogni anno. Elisa recupera una parte della distanza con quello che accumula per dopo, 17.958 euro di TFR e pensione, contro i 5.430 dell'ENPAF di Marco. Ma anche contando quelli, a Marco restano 55.372 euro, a Elisa 47.909.
I 7.463 euro di differenza vengono da 2 posti. Dalle imposte, 6.415 euro di imposta sostitutiva per Marco, 10.914 di IRPEF e addizionali per Elisa. E dalle assicurazioni, per Elisa la farmacia paga 2.964 euro l'anno fra malattia, maternità, disoccupazione, infortuni e welfare. Per Marco, niente.
Per questo la partita IVA piace a entrambi i lati del banco. A parità di costo il farmacista incassa di più. Oppure, visto dalla farmacia, per dare a Marco lo stesso netto di Elisa, basterebbero circa 39.100 euro invece di 61.787. La differenza la pagano il fisco e l'INPS, che incassano meno, e le tutele di Marco, che non ci sono.
Ora guarda bene cosa abbiamo appena immaginato, una sola farmacia, 1.840 ore l'anno, 40 ore a settimana. È esattamente la configurazione che un giudice può leggere come lavoro dipendente. È il caso in cui la differenza è solo apparente.
Quando la partita IVA somiglia a un dipendente
Con la sentenza n. 231/2026, la Corte d'Appello di Ancona ha ribaltato una decisione di primo grado e ha dato ragione all'INPS contro una società titolare di farmacia che impiegava farmaciste a partita IVA. I rapporti sono stati riqualificati come lavoro dipendente, con le relative pretese contributive e le sanzioni.
I giudici non si sono fermati al contratto. Hanno guardato come si lavorava davvero, e hanno trovato questi elementi:
GLI INDIZI DELLA SENTENZA DI ANCONA
turni prestabiliti per coprire l'orario, e un monte ore settimanale deciso dalla farmacia
l'obbligo di comunicare le assenze
direttive su prezzi, sconti, offerte e fornitori, come per i dipendenti
le stesse mansioni dei dipendenti, con cui le farmaciste erano intercambiabili
un compenso periodico stabilito con criteri decisi dalla farmacia
nessun investimento e nessun rischio d'impresa
Federfarma, commentando la sentenza, l'ha riassunta così:
-nell'impiego di farmacisti a partita IVA, la forma del contratto non è sufficiente. - E ha ricordato che il lavoro autonomo è «la forma contrattuale con maggiori rischi in termini di contenzioso».
Nel linguaggio della monodose, il giudice guarda il contenuto, non la confezione.
La sentenza non dice che un farmacista non possa lavorare a partita IVA. Lo ha sottolineato anche l'Afalp, l'associazione dei farmacisti liberi professionisti,
«Il tema non è la presenza in farmacia. Il tema è l'autonomia».
Gli elementi coerenti con un rapporto autonomo, secondo l'associazione, sono questi, poter accettare o rifiutare le proposte di collaborazione, nessuna esclusiva, più committenti, un compenso concordato e fatturato, autonomia tecnica e professionale, giornate programmate insieme, responsabilità professionali assunte in proprio.
Un dettaglio tecnico, ai professionisti iscritti a un albo non si applica la regola del 2015 sulle collaborazioni organizzate dal committente (D.Lgs. 81/2015). Resta il criterio di sempre, quello applicato ad Ancona, chi lavora alle dipendenze e sotto la direzione di un altro è un dipendente, qualunque cosa ci sia scritto sul contratto.
Perché emerge al passaggio generazionale
Finché il titolare è lo stesso, un rapporto così può andare avanti per anni senza che nessuno sollevi il problema. Al passaggio cambiano le persone e cambiano gli equilibri. Il figlio riorganizza i turni, un collaboratore storico non viene confermato, e chi per 10 anni ha lavorato come un dipendente senza esserlo ha un motivo per farlo notare. Oppure, se la farmacia si vende, è l'acquirente a chiedere conto di quei rapporti prima di firmare.
E il conto arriva tutto insieme. Se il rapporto viene riqualificato, la farmacia deve i contributi da lavoro dipendente per gli anni non ancora prescritti, di regola anche la quota che avrebbe dovuto trattenere al lavoratore, più le sanzioni. Il lavoratore, a sua volta, può chiedere le differenze di retribuzione, il TFR, le ferie. I conservanti che mancavano si pagano tutti, e con gli interessi.
ATTENZIONE
Per i crediti del lavoratore, chi cede la farmacia e chi la riceve rispondono insieme, è l'articolo 2112 del codice civile, lo stesso che nella lezione 6 faceva passare con la farmacia il TFR e le ferie residue.
I contributi e le sanzioni restano un debito del titolare. Se emergono dopo la sua morte, entrano nell'eredità e si dividono fra gli eredi, anche fra quelli che la farmacia non l'hanno presa. E se la farmacia è una società di persone, chi vi entra come socio risponde anche dei debiti sorti prima del suo ingresso (articolo 2269 del codice civile).
Nella divisione è un debito possibile che nessuno ha messo nel conto. Va stimato prima di calcolare il conguaglio, non dopo.
E se il figlio fosse a partita IVA?
Torniamo alla famiglia del corso. Nella lezione 6 il figlio era dipendente, pagato 20.000 euro l'anno meno del mercato. Di quei 20.000 euro, a lui ne sarebbero arrivati 6.337 netti, più 5.828 di TFR e pensione. Il padre, sui 20.000 euro di utile in più, dopo le imposte ne ha tenuti circa 10.900.
Mettiamo invece che il figlio fosse un farmacista a partita IVA, in forfettario. Sui 20.000 euro in più avrebbe pagato solo l'imposta sostitutiva, perché l'ENPAF è fisso e non sarebbe cambiato: 2.340 euro. Gliene sarebbero rimasti 17.660.
€101.400
LASCIATI AL FISCO IN 15 ANNI, CON IL FIGLIO A PARTITA IVA PAGATO SOTTO IL MERCATO
Da dipendente, pagare il figlio meno del mercato era quasi indifferente per la famiglia, lo Stato prendeva più o meno la stessa parte da una tasca o dall'altra. A partita IVA no. Gli stessi soldi passano da un'imposta dell'11,7% (il 15% sul 78%) a una del 45,5% (il 43% di IRPEF del padre, più le addizionali). In 15 anni fanno 101.400 euro lasciati al fisco.
La tentazione opposta, pagare il figlio più del mercato per spostare reddito dal padre, è la prima cosa che un controllo guarda. Il compenso deve essere quello di mercato, e il forfettario ha 2 regole scritte apposta per casi come questo. Se il figlio è stato dipendente della farmacia di famiglia negli ultimi 2 anni, e fattura soprattutto a lei o a un familiare del titolare, ne resta fuori. La seconda è che il forfettario non è compatibile con la partecipazione a una società di persone. Se al passaggio la farmacia diventa una SNC con il figlio socio, il forfettario finisce.
E poi c'è la domanda della sezione precedente, la più scomoda. Un figlio che lavora tutti i giorni nella farmacia del padre, con gli orari della farmacia, per anni, è davvero autonomo? Se la risposta è no, la partita IVA non è una scelta fiscale.
Per la divisione c'è una conseguenza in più. Nella lezione 6 ci eravamo chiesti: 20.000 euro di cosa? Con il figlio a partita IVA la risposta cambia di nuovo: 17.660 euro di netto, ogni anno. Il conferimento del figlio, misurato in quello che non ha ricevuto, dipende dalla sua posizione. Lo peseremo nella lezione 9, dopo aver letto l'ultima posizione che manca: quella del titolare.
IN SINTESI
In fattura una partita IVA costa meno perché la farmacia compra meno ore, non perché l'ora costi meno, 30 euro nei feriali, contro i 21,65 di un collaboratore dipendente al minimo.
Il farmacista a partita IVA non è iscritto alla Gestione Separata e non addebita rivalsa, versa all'ENPAF il contributo intero, 5.430 euro nel 2026.
In forfettario paga il 15% sul 78% dei ricavi, meno l'ENPAF, sui 48.000 euro l'anno di Marco, 4.801,50 euro, il 10%.
A parità di costo, a Marco arriva sul conto l'81% di quello che la farmacia spende in un anno, a Elisa il 48%. La differenza la pagano il fisco, l'INPS e le tutele che Marco non ha.
La partita IVA è lo strumento giusto per un bisogno discontinuo, sabati, festivi, agosto, sostituzioni. Usata come un dipendente, a tempo pieno, per una sola farmacia, con gli orari decisi dalla farmacia, è un debito possibile che passa con la farmacia e di solito emerge al passaggio generazionale.
Un figlio a partita IVA pagato 20.000 euro l'anno sotto il mercato lascia al fisco 6.760 euro l'anno in più.
Cosa fare, prima del passaggio
Metti in fila tutte le collaborazioni a partita IVA della farmacia, e per ognuna rispondi a 3 domande. Può rifiutare un turno senza conseguenze? Lavora anche per altre farmacie? Gli orari li decidete insieme, o li decide la farmacia? Se le risposte sono no, no e la farmacia, parlane con il consulente del lavoro prima che ne parli qualcun altro.
Tieni traccia di come funziona davvero il rapporto, le richieste di disponibilità, i turni rifiutati, le fatture con le ore reali. Un contratto scritto bene serve, ma ad Ancona non è bastato.
Se in famiglia c'è un figlio a partita IVA, fai il conto dei 20.000 euro in entrambe le unità, quello che lui non ha ricevuto e quello che il padre ha tenuto. E prima che entri come socio, chiedi al commercialista cosa succede al suo regime.
Quando valuti la farmacia per dividerla, chiedi che le collaborazioni a rischio siano stimate. Un debito possibile va nel conto come gli altri, prima di calcolare il conguaglio.
Domande e risposte
Il farmacista a partita IVA deve iscriversi alla Gestione Separata INPS?
No. Il farmacista iscritto all'Albo versa i contributi all'ENPAF, che è la sua cassa di previdenza: la Gestione Separata riguarda i professionisti che una cassa non ce l'hanno (articolo 18, comma 12, del D.L. 98/2011). Per lo stesso motivo in fattura non c'è la rivalsa del 4%.
Si può restare in forfettario lavorando per una sola farmacia?
Sì: il forfettario non chiede di avere più clienti. Ne esclude però, dall'anno successivo, chi fattura più della metà dei compensi a una farmacia di cui è dipendente o è stato dipendente nei 2 anni precedenti, o a soggetti riconducibili. E una sola farmacia, a tempo pieno, è uno degli elementi che un giudice guarda per capire se il rapporto è davvero autonomo.
Quanto si paga all'ora un farmacista a partita IVA?
Secondo le stime pubblicate da Farmacista33, fra 30 e 35 euro l'ora nei giorni feriali e fra 50 e 60 nei festivi e di notte. Variano per zona e per esperienza. Per la farmacia sono il costo pieno: non ci sono contributi, TFR o ferie da aggiungere.
Se il rapporto viene riqualificato come lavoro dipendente, chi paga?
La farmacia: i contributi da lavoro dipendente per gli anni non prescritti, di regola anche per la quota del lavoratore, più le sanzioni. Il lavoratore può chiedere anche le differenze di retribuzione, il TFR e le ferie. Se nel frattempo la farmacia è passata a un figlio, per i crediti del lavoratore rispondono insieme chi l'ha ceduta e chi l'ha ricevuta.
Una cosa che ho notato preparando questa lezione
Nei commenti alla sentenza di Ancona torna spesso la stessa frase:
-la forma del contratto non basta.-
I giudici non hanno guardato che cosa c'era scritto. Hanno guardato come passavano le giornate. Chi decideva i turni, a chi si doveva dire in anticipo che non si sarebbe venuti, chi sceglieva gli sconti.
Tolto il linguaggio giuridico, la domanda era:
quella persona poteva dire di no?
Marco può.
Se una farmacia gli chiede la vigilia di Natale e lui ha altri programmi, risponde che quel giorno non c'è, e la farmacia chiama qualcun altro. È la parte meno visibile della sua posizione, e forse quella che vale di più. Ha un prezzo, e lui lo conosce bene, il giorno in cui dice di no, non incassa. Ma quel giorno resta suo.
Marco vende il suo tempo a ore, e le ore che non vende gli restano.
Viene da chiedersi quanti titolari supererebbero lo stesso esame. Sulla carta sono le persone più libere della farmacia, nessuno decide i loro orari, nessuno approva le loro ferie. Poi si guardano le loro giornate. Il turno di Natale lo fanno loro, perché «chi altro?». L'informatore delle 19 lo ricevono loro, e anche il commercialista di fine mese. Nessuno glielo impone, e non riescono a rifiutare niente.
Un giudice che guardasse le loro giornate, e non il loro titolo, avrebbe qualche dubbio su chi sia il datore di lavoro.
Il passaggio generazionale, a guardarlo bene, chiede proprio questo, imparare a dire di no. Al turno che può fare un altro, alla decisione che può prendere il figlio, un giorno alla farmacia stessa. È la cosa più difficile che questo corso chiederà, e con i numeri ha poco a che fare.
Intanto, dietro il banco, c'è un figlio che guarda. Da quello che vede impara che esserci sempre è il modo di voler bene a un'attività, e forse a una famiglia. Nessuno gli ha mai detto che un turno si può rifiutare. Non l'ha mai visto fare.
La libertà di un collaboratore si misura dai turni che può rifiutare. Quella di un titolare, forse, dal primo che riesce a rifiutare anche lui.
Se nella tua farmacia lavorano farmacisti a partita IVA, o un figlio, e vuoi capire cosa succede al passaggio generazionale, possiamo partire da una diagnosi.
CONTATTAMI
Il contenuto ha finalità divulgative e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale, legale o del lavoro personalizzata, né raccomandazione d'investimento. I numeri del caso sono illustrativi e non si riferiscono a persone reali. Il calcolo del regime forfettario usa il coefficiente di redditività del 78% e l'imposta sostitutiva del 15%: requisiti di accesso e cause di esclusione vanno verificati con il commercialista. La natura di un rapporto di lavoro dipende da come si svolge in concreto e va valutata caso per caso con un consulente del lavoro o un avvocato giuslavorista. Per il dipendente valgono le stime della lezione 6: contributi a carico della farmacia al 30%, addizionali al 2,5%.
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FONTI E NOTE METODOLOGICHE
ENPAF e Gestione Separata: il farmacista iscritto all'Albo versa all'ENPAF e non è iscrivibile alla Gestione Separata INPS (art. 18, comma 12, D.L. 6 luglio 2011, n. 98, di interpretazione autentica dell'art. 2, comma 26, L. 335/1995). Fonti: ecnews, 25 settembre 2024; Studio Doppia T, codice ATECO del farmacista nel 2026.
Contributo ENPAF 2026: 5.430 euro per il contributo intero, comprese le quote accessorie. Le riduzioni spettano solo in presenza di condizioni specifiche, come un rapporto di lavoro dipendente; il libero professionista paga il contributo intero. Fonte: FiscoeTasse, contributi ENPAF, importi e scadenze.
Regime forfettario: art. 1, commi 54-89, L. 190/2014. Coefficiente di redditività del 78% per le attività professionali; imposta sostitutiva del 15%, del 5% per i primi 5 anni di una nuova attività a determinate condizioni; contributi previdenziali obbligatori deducibili dal reddito; niente IVA né ritenuta d'acconto; marca da bollo di 2 euro sulle fatture sopra 77,47 euro; limite di ricavi di 85.000 euro. Fonte: Studio Doppia T.
Cause di esclusione dal forfettario: art. 1, comma 57, lettera d-bis, L. 190/2014 (compensi prevalenti, oltre il 50%, verso datori di lavoro attuali o dei 2 periodi d'imposta precedenti, o verso soggetti a loro riconducibili, compresi i familiari dell'art. 5, comma 5, del TUIR; l'uscita scatta dall'anno successivo); lettera d (partecipazione a società di persone). Fonte: MySolution, 22 aprile 2026.
Costi orari di mercato: Farmacista33, 19 febbraio 2025, confronto fra i costi per la farmacia di farmacisti dipendenti e con partita IVA (elaborazione Studio Bacigalupo Lucidi): collaboratore dipendente intorno a 23 euro l'ora, 25 o 26 con gli incentivi; partita IVA fra 30 e 35 euro l'ora nei feriali, fra 50 e 60 nei festivi e di notte.
Dipendente al minimo: collaboratore Q3 dopo 24 mesi nella qualifica, farmacia urbana, tabelle del CCNL per i dipendenti da farmacia privata in vigore dal 1° novembre 2021 (paga base 1.429,19 euro, contingenza 530,45, ISQ 100,00 su 14 mensilità, EDR 10,33 su 13): retribuzione lorda di 28.969,25 euro l'anno e costo per la farmacia di 39.831,53 euro, con le stesse ipotesi della lezione 6, pari a 21,65 euro per ciascuna delle 1.840 ore lavorate. Fonte delle tabelle: Lexplain.
Sentenza: Corte d'Appello di Ancona, n. 231/2026, che ha riformato la decisione di primo grado accogliendo le pretese contributive dell'INPS. Fonti: Quotidiano Sanità, 23 settembre 2026; RIFday, 24 settembre 2026, con il commento di Federfarma, che richiama la propria circolare n. 447 del 18 novembre 2024 sui rischi di contenzioso del lavoro autonomo.
Criteri del lavoro autonomo in farmacia: Afalp, Associazione farmacisti liberi professionisti, dichiarazioni del presidente nazionale riportate da Farmacista33, 13 luglio 2026.
Collaborazioni organizzate dal committente: art. 2, commi 1 e 2, lettera b, D.Lgs. 81/2015, che esclude le professioni intellettuali per cui è necessaria l'iscrizione a un albo; nozione di lavoro subordinato: art. 2094 del codice civile. Fonte: Avvocato del lavoro Milano, professionisti iscritti ad albo e collaborazioni etero-organizzate.
Conseguenze della riqualificazione: contributi omessi dovuti dal datore di lavoro anche per la quota a carico del lavoratore, senza possibilità di rivalsa (art. 19, L. 218/1952; fonte: AdLabor); prescrizione dei contributi in 5 anni (art. 3, comma 9, L. 335/1995). Trasferimento d'azienda e crediti del lavoratore: art. 2112 del codice civile. Nuovo socio e obbligazioni sociali anteriori: art. 2269 del codice civile, applicabile alla SNC per l'art. 2293. Debiti ereditari: art. 752 del codice civile.
Imposte sul maggior utile del titolare: aliquota marginale IRPEF del 43% più addizionali stimate al 2,5%, circa 10.900 euro netti su 20.000, senza considerare l'IRAP, come nella lezione 6. Figlio in forfettario: imposta del 15% sul 78% dei 20.000 euro, pari a 2.340 euro, con il contributo ENPAF invariato. A parità di netto con Elisa (29.951 euro), il compenso di Marco sarebbe di 39.146 euro.
Il caso di Marco, di Elisa e della famiglia del corso è illustrativo. Marco: 1.500 ore l'anno per 3 farmacie, compensi per 48.000 euro. Nella farmacia del corso: 48 sabati da 8 ore e 3 settimane di agosto da 40 ore a 30 euro l'ora, 12 turni festivi da 8 ore a 50 euro. Differenze di un euro nei totali sono dovute agli arrotondamenti.








